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Jizo Project

Marco Bettoni è italiano, vive a Londra e guarda all’oriente. Ecco in una riga i punti cardinali della sua vita e della sua ricerca. In effetti, il lavoro che presenta in questa mostra è tutto incentrato sull’osservazione e la registrazione di un mondo, quello giapponese, in cui la tradizione convive con la globalizzazione, il sapore del tè si mescola alla coca-cola, i riti e i miti si specchiano nelle insegne pubblicitarie e nei negozi griffati. Ed è proprio un lucido gioco di riflessi che domina la serie di Tokyo Lights: le insegne luminose dei taxi di Tokyo, che Bettoni fotografa nel buio della notte e che isola in uno spazio completamente nero. Lo strano oggetto, che non ha mai la stessa forma né la medesima scritta, si staglia come una stella metropolitana contro un corvino cielo d’onice e sotto di sé, come le ali di una vitrea e opalescente farfalla, ha il proprio riflesso, il suo doppio, un gemello del tutto identico, solo speculare. L’effetto è ottenuto fotografando le insegne avvitate sui lucidi tettucci delle moderne vetture pubbliche (ecco il perché di questo nero metallico), che si muovono nel traffico caotico di Tokyo. Eppure del frastuono metropolitano non c’è traccia alcuna: non ci sono rumori, non si vedono macchine, non si percepisce nessun riflesso se non quello delle insegne fotografate (anch’esse nere o, al più con qualche tocco di colore). L’immobilità è assoluta, asettica. Le scritte e i disegni orientali, poi, proprio per quel loro profilo semplificato e curvilineo (lineari figure nere in campo bianco) riportano alle eleganti incisioni di Aubrey Beardsley, alle sofisticate lampade Tiffany, alle stampe degli anni venti o alle spille decò. Un sapore che però si mescola con indelebili segni della modernità: un numero, un logo, una lettera. Basta prendere quella sfera tagliata di sbieco, su cui al centro campeggia un araldico fior di loto e sul fianco un 13 (che nel riflesso diventa 31) vergato con una grafia da calendario per rendersene conto: due occhi (e due anime) orientali con un vestito europeo.

Fanno parte della mostra anche i Jizo, “ninnoli” dai tratti esotici, con cappellini e colletti lavorati all’uncinetto o in stoffa che aggiungono poesia alla materia. I lineamenti essenziali, le bocche strette in un bacio ideale, gli occhi ridotti a una breve linea in rilievo, le sopracciglia disegnate come due archetti e il naso appena una sporgenza al centro del viso rotondo ci restituiscono un ritratto affettuoso, quasi commuovente.

Eppure quelle figure non hanno nulla di romantico. Tutt’altro. L’immobilità dei loro volti, fissati in un’espressione stereotipata (per quanto amorevole) e immutabile, a lungo andare diventa inquietante, finanche allarmante: sembrano usciti da un disastro nucleare, che ne ha spento le carni, ma ne ha lasciato intatti gli abiti, che ne ha conservato le fattezza, ma li ha depredati della vita.

Dietro a uno sguardo apparentemente ironico e divertito, Bettoni insinua sempre una sottile apprensione. Al di là di quel linguaggio compiacente e immediato si profila, infatti, la preoccupazione per un mondo malato, pieno di contraddizioni (che troppo spesso sono accettate come normalità) e di incolmabili silenzi (nonostante l’assordante frastuono).

Marco Bettoni, però, non giudica, non critica, si limita ad osservare e a sottoporci alcuni dettagli, frammenti che anche se minimi dovrebbero farci riflettere. E il suo invito è di andare oltre il sottile strato delle apparenze, alla ricerca delle cause che hanno innaturalmente congelato il tempo, e con esso la vita.

Lorella Giudici
Art Critic, Milan
November 2006

Tokyo Nocturne

There’s no telling what form Marco Bettoni’s next works will take, or the materials he might use. He is open to many stimuli, interested in many things, responds with curiosity and wit to what he comes across as he moves about the world. There is an autonomy to each series he has produced, yet at the same time a thread runs through them: a succinct and focused quality that centres the viewer’s attention on the visual (and sometime auditory) phenomenon, or the philosophical problem. That is why it is a pleasure to take one of his series of works and concentrate exclusively on it.

This concerns a suite of urban nocturnes made by photographing the illuminated signs on the roofs of Tokyo taxis. Each sign stands out against the darkness, a distinct object, strange to us if not to a Japanese public. Often it is reflected, doubled, by the shiny black roof below it. Bettoni obtained these images with considerable agility, and sometimes risk as he leapt into the traffic to obtain a particular example. But in the glowing images of the light boxes which Bettoni has made from these photographs the traffic is completely stilled, absent. He introduces a meditative calm into what we know is an urban frenzy.

Besides this quality, but perhaps related to it, a most intriguing aspect of these images is the degree to which Bettoni, a London-based Italian artist, has sensitively filtered a response to Japanese culture and its history. Although at first we wonder what these bright objects are, when we have discovered their identity we may see them as a contemporary version of the traditional ‘lantern’. Both in China and Japan lantern festivals are ancient and persistent traditions. China has had a lantern festival at New Year for 2000 years. Japan has the Obon, a Buddhist festival dedicated to the memory of departed friends and relatives in which beautifully designed lanterns are set adrift on the water. Yamagata prefecture in Japan has a ‘snow lantern festival’ in which lights concealed in lanterns made of snow illuminate the dark night.

A nineteenth-century description of a Chinese lantern festival speaks of lanterns that are “cubical, others round like a ball, or circular, square, flat and thin, or oblong, or in the shape of various animals, quadruped or biped. Some are so cunningly constructed as to roll on the ground like a fire-ball … others, when lighted up by a candle or oil, have a rotary or revolving motion of some of their fixtures within …” and  so on.

The love of floating lanterns out on to the water seems to link up with the celebrated notion of the “floating world”, an epithet which was used to describe metropolitan culture in the Edo period in Japan, and which produced the popular prints Ukiyo-e: “pictures of the floating world”. Bettoni’s is also a metropolitan floating world conjured ironically from the reflections of the electric signs in the roofs of modern taxis.

Considering it more broadly, Marco Bettoni’s work becomes a beautiful example of the way we can discover traces of local culture in features of globalised culture, enriched by the artist from a certain sense of wonder in something taken for granted by locals. We may see this as the mysterious workings of what is often mistakenly dismissed as exoticism, but which is in fact a universal phenomenon, an inevitable component of the renewal of perception.

Guy Brett
Art Critic and Writer, London
21September 2006

Tokyo : notturni urbani

C’è sempre un elemento di imprevedibilità nei lavori di Marco Bettoni, nel tipo di forme e di materiali usati. La sua apertura alle stimolazioni esterne, il suo interesse per il reale, lo porta a rispondere con curiosità e arguzia a elementi incontrati per caso nei suoi viaggi in giro per il mondo. Questo comporta una sorta di autonomia nelle sue produzioni prese individualmente, e insieme è rintracciabile in esse un filo conduttore in quella distinta qualità di attrarre l’attenzione dell’usufruitore sul fenomeno visuale (o anche acustico) oppure sul problema filosofico. Ed è sempre un’esperienza stimolante avvicinarsi a una delle sue produzioni e concentrarsi esclusivamente su di essa.

Tokyo Lights consiste in un gruppo di notturni urbani realizzati fotografando le insegne luminose dei taxi di Tokyo. Ogni insegna si staglia contro l’oscurità, un oggetto distinto, che sembra estraneo a tutto. Spesso l’insegna si riflette, raddoppiandosi, sul nero lucido del tettuccio della vettura. Ci vuole notevole agilità nell’esecuzione di queste immagini, e Bettoni le ottiene a volte rischiando, quando, alla ricerca di un particolare taglio, si muove nel traffico. Eppure nelle immagini brillanti dei light boxes, il traffico è completamente silenzioso, quasi assente: la frenesia urbana lascia il posto a una tranquillità meditativa.

In aggiunta, o forse in relazione a questa qualità, l’aspetto più intricante delle immagini è la sensibilità con cui l’artista, che è italiano e che risiede a Londra, ha filtrato una sua personale risposta alla cultura e alla storia giapponese. Il primo impatto è di meraviglia scoprendo l’origine di questi oggetti luminosi, la loro idendità di mere insegne di uso quotidiano. Ma esse non sono altro che una trasposizione nel contemporaneo delle tradizionali “lanterne”.

In Giappone, come anche in Cina, i festival delle lanterne hanno una duratura tradizione. In Cina c’è da duemila anni un festival delle lanterne che celebra l’ anno nuovo. In Giappone, durante l’Obon, un festival buddista dedicato alla memoria di amici e parenti defunti, le lanterne, magnificamente disegnate, vengono mandate alla deriva sull’acqua. La Prefettura di Yamagata in Giappone, organizza un “Festival delle lanterne di neve” in cui le luci, nascoste all’interno di lanterne fatte di neve, illuminano l’oscurità della notte.

Una descrizione del XIX secolo relativa a un festival cinese parla di lanterne che sono “cubiche, rotonde come una palla, circolari, quadrate, piatte e sottili, o anche oblunghe, o a forma di vari animali. Alcune sono così ben fatte da rotolare per terra come una palla di fuoco... Altre, quando vengono accese da una candela o dal petrolio, hanno un movimento girevole o rotatorio…” e cosi` via.

L’amore per le lanterne galleggianti sull’acqua sembra associarsi alla celebrata nozione del “mondo fluttuante”, una definizione usata per descrivere la cultura metropolitana nel periodo Edo in Giappone e che produsse le popolari stampe Ukiyo-e: “quadri del mondo fluttuante”.

L’opera di Bettoni è in effetti un mondo fluttuante metropolitano giocato con ironia sul riflesso delle insegne elettriche sui tettucci degli abitacoli dei moderni taxi.

Nel suo insieme il lavoro di Marco Bettoni lo si può prendere come esempio della possibilità di rintracciare elementi della cultura locale in tratti della cultura globalizzata, a cui l’artista aggiunge il senso di personale meraviglia per cose che la gente del posto dà per scontate vivendone la quotidianità. In questo c’è il misterioso funzionamento di ciò che è spesso erroneamente sminuito come esoticismo, ma che è in realtà un fenomeno universale, un’inevitabile componente del rinnovarsi della percezione.

Guy Brettt

Critico d’ arte e scrittore

Londra, 21 settembre 2006

Traduzione: Paolo Nelli / Marco Bettoni

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